Esiste un altro modo?

Perché ho aperto questo spazio Ho aperto questa pagina molte volte, e altrettante volte l'ho richiusa. Più volte mi sono chiesta come iniziare questo spazio. Come raccontare chi sono, cosa faccio, e perché. Ogni volta la stessa sensazione: che presentarmi significasse elencare percorsi di studio, certificazioni, anni di pratica clinica. Come se "chi sono" fosse una lista di credenziali da mettere in fila, nella speranza che la somma bastasse a spiegare perché faccio questo lavoro, nel modo in cui lo faccio. Poi ho capito che la domanda giusta non era chi sono, ma: Cosa mi ha portata qui?  E la risposta è arrivata sotto forma di un'altra domanda, quella che porto con me da anni, quella che apre davvero questo spazio. Esiste un altro modo? Questa domanda non è nata a tavolino ma, nell'incontro ripetuto con persone che arrivavano cercando una cosa precisa - un numero da far scendere, e un piano da eseguire - ma che, dentro, portavano qualcosa di molto più silenzioso e molto più vero: un corpo con cui avevano smesso di parlare, e una voce interna che valutava ogni pasto come un esame. Non c'era niente di sbagliato in quella richiesta: era semplicemente lo strumento che avevano ricevuto, in un mondo che continua a misurare la salute con una bilancia.  Una domanda che la cultura in cui viviamo aveva insegnato loro a fare. Ma io sentivo, con una chiarezza che con il tempo è diventata impossibile ignorare, che rispondere solo a quella domanda significava lasciare fuori …

Perché ho aperto questo spazio

Ho aperto questa pagina molte volte, e altrettante volte l’ho richiusa.

Più volte mi sono chiesta come iniziare questo spazio. Come raccontare chi sono, cosa faccio, e perché.

Ogni volta la stessa sensazione: che presentarmi significasse elencare percorsi di studio, certificazioni, anni di pratica clinica. Come se “chi sono” fosse una lista di credenziali da mettere in fila, nella speranza che la somma bastasse a spiegare perché faccio questo lavoro, nel modo in cui lo faccio.

Poi ho capito che la domanda giusta non era chi sono, ma: Cosa mi ha portata qui? 

E la risposta è arrivata sotto forma di un’altra domanda, quella che porto con me da anni, quella che apre davvero questo spazio.

Esiste un altro modo?

Questa domanda non è nata a tavolino ma, nell’incontro ripetuto con persone che arrivavano cercando una cosa precisa – un numero da far scendere, e un piano da eseguire – ma che, dentro, portavano qualcosa di molto più silenzioso e molto più vero: un corpo con cui avevano smesso di parlare, e una voce interna che valutava ogni pasto come un esame.

Non c’era niente di sbagliato in quella richiesta: era semplicemente lo strumento che avevano ricevuto, in un mondo che continua a misurare la salute con una bilancia.  Una domanda che la cultura in cui viviamo aveva insegnato loro a fare.

Ma io sentivo, con una chiarezza che con il tempo è diventata impossibile ignorare, che rispondere solo a quella domanda significava lasciare fuori tutto il resto: lo stress che non trovava altro spazio, il sonno che non arrivava mai davvero riposante, un sistema nervoso troppo occupato a proteggersi per poter ricevere cura, e tanto altro..

Ed è lì che quella domanda ha iniziato a farsi strada: esiste un altro modo di intendere questo lavoro?

Un modo che non parta dal controllo, ma dall’ascolto?

Che non prometta trasformazioni rapide, ma accompagni e sostenga processi reali, con i loro tempi, le loro battute d’arresto, la loro complessità?

Per rispondere, ho dovuto ripercorrere la mia stessa formazione e chiedermi cosa mi stesse davvero dicendo, oltre le singole nozioni.

Sono biologa, e ho un dottorato in neuroscienze – anni passati a studiare la plasticità sinaptica, come i sistemi biologici comunicano tra loro in modi che spesso restano invisibili a chi guarda solo il sintomo isolato. Quella formazione mi ha dato uno sguardo che porto ancora oggi in ogni consulenza: il corpo non è una somma di parti da correggere una alla volta. È un sistema che va compreso nel suo insieme, con la sua storia, i suoi ritmi, il suo modo di adattarsi a quello che ha vissuto.

Quando mi sono trasferita nel Regno Unito, pensavo che il passo naturale fosse registrarmi come nutritionist, come avevo fatto in Italia da biologa nutrizionista. Non è andata così: mi sono iscritta alla BANT come nutritional therapist, e con il tempo ho capito che quella parola, terapia nutrizionale, era in realtà più coerente con quello in cui credevo di quanto lo fosse l’etichetta che pensavo di dover cercare.

Nutrirsi, per me, è sempre stato un atto di cura, non un esercizio di controllo. E la certificazione in medicina funzionale con l’IFM ha dato a questa intuizione una struttura precisa: cercare la causa alla radice, invece di spegnere il sintomo che si vede in superficie. Guardare la persona nella sua interezza – il cibo, sì, ma anche il sonno, lo stress, le emozioni, la storia di vita, le relazioni, il contesto in cui quella vita si svolge – invece di isolare un singolo dato e trattarlo come se bastasse a spiegare tutto.

Da lì mi sono avvicinata poi al mindful eating, all’intuitive eating, all’approccio HAES – non come mode né come slogan, ma come strumenti fondati su ricerca solida, capaci di restituire alle persone qualcosa che la cultura della dieta aveva progressivamente sottratto: la fiducia nei propri segnali interni.

La possibilità di ascoltare la fame e la sazietà senza doverle prima far passare al vaglio di una regola esterna.

Ogni pezzo di questo percorso si è intrecciato con gli altri, senza escludersi. La neuroscienza mi ha insegnato quanto il sistema nervoso sia centrale in tutto questo – quanto lo stress cronico alteri il metabolismo, la digestione, la percezione stessa della fame. La medicina funzionale mi ha dato il metodo per cercare le connessioni, invece di trattare ogni sintomo come un’isola. Il mindful e l’intuitive eating mi hanno ricordato che nessuna informazione, per quanto accurata, serve a molto se la persona che la riceve non si sente al sicuro nel proprio corpo mentre la applica.

E così, poco alla volta, quella domanda iniziale ha trovato una forma di risposta.

Sì, esiste un altro modo.

Non è un protocollo più sofisticato, né una tecnica più recente. È un modo di lavorare che tiene insieme il rigore della scienza e la gentilezza dell’ascolto, che non separa mai il corpo dalla storia che porta, che non misura il progresso solo con un numero perché sa che la salute vive altrove – nella qualità del sonno, nella capacità di riconoscere un’emozione prima che diventi fame, nella possibilità di sedersi a tavola senza sentirsi sotto esame.

Questo blog nasce da lì. Non per darti risposte definitive – non ne ho, e diffiderei di chiunque dicesse di averle tutte – ma per condividere quello che continuo a imparare, studiare, osservare nel lavoro con le persone che accompagno.

Qui, troverai riflessioni su cibo ed emozioni, su stress e sistema nervoso, su ormoni e ciclo, su microbiota e connessione mente corpo.

Troverai scienza, ma raccontata in un modo che spero ti faccia sentire meno sola con quello che stai vivendo, e non più sotto pressione.

Non so con precisione dove sei, mentre leggi queste parole. Non so che storia hai con il cibo, con il tuo corpo, con te stessa. Ma se sei arrivata fin qui, forse è perché quella domanda appartiene un po’ anche a te.

Esiste, allora, un altro modo?

Io credo di sì.

E sono contenta di iniziare a esplorarlo insieme, un pezzo alla volta.

Dr. Giovanna Maraula

Dr. Giovanna Maraula

Nutrizionista Funzionale e Professionista esperta in Medicina dello Stile di Vita.

Il mio percorso - personale e professionale - mi ha portata a creare un approccio che va oltre i sintomi.

Credo che il benessere sia un percorso, fatto di piccoli passi gentili, per ritrovare equilibrio e armonia.

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